-Di Chiara De Luca-
Con La fonte, Cosmo torna a una forma più essenziale e rituale: undici tracce prodotte con Not Waving, tra elettronica asciutta, scrittura emotiva e un’idea di resistenza che passa dal corpo.
“La fonte” esce il 17 aprile 2026 per Columbia Records / 42 Records, esattamente dieci anni dopo “L’ultima festa”, il brano che ha aperto Cosmo a un pubblico ben più largo del circuito indipendente. Marco Jacopo Bianchi ci consegna undici tracce nate in collaborazione con Alessio Natalizia, alias Not Waving, già al suo fianco in “Sulle ali del cavallo bianco” (2024). Un sodalizio ormai consolidato che si sente nell’architettura stessa del suono: non un vocale incollato su una produzione altrui, ma un corpo sonoro unico, costruito per stratificazione e sottrazione.
Ci ho messo un mese. Un mese intero prima di riuscire a mettere a fuoco questa recensione, perché “La fonte” è uno di quei dischi che non si lasciano ascoltare in modo passivo, ma invadono. Fanno vibrare dentro ogni nota, trasportano, e lì bisogna lasciarsi andare. Non è un disco da sentire nella corsa frenetica della quotidianità: è una carezza da regalarsi, un fine giornata o un inizio, in perfetta sintonia con quel mood sospeso e rituale che caratterizza anche i suoi concerti. Ci vuole tempo, ma ne vale ogni secondo.
Il titolo viene da lontano, come un movimento a ritroso che Cosmo e Not Waving hanno iniziato a seguire quasi per gioco, senza sapere bene dove li avrebbe portati. Il concetto si è rivelato piano piano e certe cose le ha capite solo a posteriori. Questa onestà sul processo creativo è già una chiave di lettura: “La fonte” non è un disco costruito a tavolino, è qualcosa che è emerso dall’intuizione e si è rivelato solo con il tempo. Non nostalgia, non citazionismo. Un ritorno alle origini come atto di esplorazione verso qualcosa di puro, incontaminato – intesa la fonte come luogo da cui abbeverarsi, da cui rigenerarsi per resistere. Ed è proprio in un mondo come quello di oggi, dove le città bruciano, dove il nuovo imperialismo riscrive le mappe e chi detiene il potere sembra scrivere la storia con l’inchiostro della sopraffazione, che un disco del genere diventa quasi urgente. Non come fuga, ma come carburante per tenere la schiena dritta.
La politica non è il centro di “La fonte”, ma c’è – e si sente nelle crepe. “La fine” è il brano in cui affiora con più chiarezza: non uno slogan, ma l’idea che anche quando tutto sembra crollare nulla sia davvero definitivo, che la disperazione possa trasformarsi in qualcos’altro. “Venite a vedere” va ancora più in profondità: nasce dall’immagine del monaco buddhista che si dà fuoco a Saigon nel 1963, un gesto di sacrificio totale che oggi quasi non riusciamo neanche a immaginare, intrappolati come siamo nell’incantesimo del tardo capitalismo. Questi due brani non rendono il disco un manifesto politico, ma gli danno una spina dorsale. Il resto è trasformazione del dolore, accettazione, apertura – e in un mondo che brucia, anche questo è una postura.
Strutturalmente, il disco si apre con “Tornare alla fonte”, brano-nucleo dell’intero progetto. I primi suoni che si sentono sono il rumore del fiume Dora, vicino allo studio di Cosmo a Ivrea – gli stessi che chiudono “Sulle ali del cavallo bianco”, in un’ideale circolarità tra i due dischi. Il ritmo poggia su percussioni dal timbro caldo e risonante, simili a un handpan, mentre la voce filtrata dall’autotune si muove su intervalli stretti, quasi un recitativo sciamanico. È un’intuizione ancora non razionalizzata, e si sente: apre il disco senza svelarlo del tutto.
Segue “Ciao”, il singolo anticipatore, il brano più risolto dell’album. La progressione armonica è la più lineare del disco, con un immaginario pop che guarda al Battisti degli anni Settanta e sintetizzatori che brillano invece di pulsare. Parla del momento in cui smetti di combattere il dolore, l’ansia, il panico: li lasci entrare, li respiri, li guardi in faccia. Un tema adulto, trattato senza autocommiserazione.
“Ogni giorno / ogni notte” è il brano dell’ossessione positiva, quella che non pesa, quella che torna senza che tu la cerchi. L’atmosfera è sospesa, tra incanto selvaggio ed edonistico, con una pulsazione bassa che lavora sotto la soglia della consapevolezza. Il “tu” a cui Cosmo pensa ogni giorno e ogni notte è la musica stessa. Sarà forse per questo che il brano funziona? In fondo parla di qualcosa che non si sceglie, che semplicemente c’è.
“Totem e tabù” è una vertigine notturna in cui Cosmo abbandona la cassa dritta per un minimalismo ipnotico di chitarra, batteria e auto-tune. Il brano trasforma il saggio di Freud in un cortocircuito relazionale e carnale, dove l’eros diventa un viaggio psichedelico sospeso tra venerazione e smarrimento. Sicuramente il brano che si insinua per ultimo ma resta più a lungo.
“La fine” ha invece l’eleganza asciutta di certe canzoni d’autore italiane, quelle che non alzano mai la voce ma ti lasciano qualcosa addosso.
“Per mio fratello” è un’altra cosa ancora: è malinconia felice, un ossimoro che perfettamente racchiude il nucleo della traccia. Il sax di Enrico Gabrielli che entra nel finale – cinematografico, anni Ottanta, volutamente gigante – non è un abbellimento: è il momento in cui la canzone smette di trattenersi.
“Incanto” è il tentativo di nominare quei momenti di beatitudine in cui il dolore si trasforma in qualcosa di altro.
“Sboccia il fiore” chiude raccogliendo tutto il percorso: vocalismi stratificati che deformano la percezione del tempo, un finale che non chiude ma resta aperto, sospeso, quasi in attesa del prossimo inizio.
Dal punto di vista della produzione, Not Waving lavora sulla sottrazione. I brani partono spogliati – una texture ritmica, un accordo, una voce — e crescono con parsimonia. Ogni elemento ha peso, ogni scelta timbrica si sente. I bassi sintetici entrano tardi, spesso sotto la soglia della consapevolezza, e si notano per assenza quando se ne vanno. L’autotune è usato come strumento espressivo, non come correzione: non leviga la voce di Cosmo, la deforma deliberatamente, la stringe, la piega.
“La fonte” si inserisce in un progetto più ampio: segue “Sulle ali del cavallo bianco”, e crea il percorso per un terzo capitolo. La circolarità è coerente con l’intera poetica del disco: il cavallo bianco che torna al suo luogo d’origine, i suoni del fiume che aprono e chiudono un cerchio. Niente è definitivo. Ogni fine è un inizio.
E poi ci sono i live, nel formato più inconsueto che Cosmo potesse scegliere: concerti matinée, all’alba, nei festival estivi. Il Matinée Tour 2026 parte il 24 maggio dal MI AMI Festival di Milano e prosegue a Firenze, Cesenatico, Bard, Lamezia Terme e Ostuni. Come il disco, anche questi concerti chiedono presenza – non nel senso dello sforzo, ma dell’apertura. Non è musica che ti viene a prendere: è musica che aspetta che tu arrivi. Una selezione, non un’esclusione: “La fonte” può parlare a chiunque, ma solo a patto che quell’orecchio sia disposto a stare fermo un momento. In un sistema musicale ossessionato da numeri e algoritmi, fare un disco così è quasi un atto di rivoluzione silenziosa. Non palazzetti, non hit da radio, non calcoli. Solo la musica che voleva fare. E la sensazione, ascoltandolo più volte, è che alla fine ti rimane addosso, senza che tu abbia capito esattamente quando è entrato.
Tracklist “La fonte”
Tornare alla fonte
Ciao
Totem e tabù
Ogni giorno / ogni notte
La fine
Parlare con te
Per un’amica
Per mio fratello
Incanto
Venite a vedere
Sboccia il fiore
Line up Cosmo: Marco Jacopo Bianchi voce, produzione / Alessio Natalizia produzione (Not Waving) / Enrico Gabrielli sax (“Per mio fratello”) / Pandan cori
Cosmo online: https://www.instagram.com/cosmo_marcojb







