-Di Silvia Nasti-
Il duo milanese racconta un disco immersivo, nato tra Trip-Hop, Darkwave ed Elettronica britannica, dove il silenzio diventa materia compositiva e identità artistica.
Ci sono momenti in cui è la musica a trovarti, insinuandosi nelle pieghe di una giornata qualunque. La mia scoperta dei PINHDAR, duo milanese con il cuore e l’anima trapiantati nel Regno Unito, è avvenuta esattamente così, quasi per caso, scorrendo le righe di una mailing list. In mezzo a un flusso continuo di uscite e comunicati, il loro nome e la loro estetica hanno catturato subito la mia attenzione, spingendomi a un ascolto che si è rivelato tutt’altro che distratto.
Ciò che ho trovato ad attendermi è “Comfort in the Silence”, il loro ultimo lavoro discografico. Fin dalle prime note, la sensazione è stata quella di un piacevole e spiazzante stupore. La qualità sonora e la straordinaria raffinatezza della produzione proiettano immediatamente la band fuori dai confini geografici a cui siamo abituati. I PINHDAR, difatti, non suonano affatto “italici”. Il loro habitat naturale, il loro substrato musicale, è profondamente internazionale. C’è un rimando costante, colto e mai imitativo, a un certo modo di declinare il rock in chiave trip-hop e darkwave tipicamente british. Gli echi della scena di Bristol che si avvertono fortissimi nella loro produzione sono sicuramente il frutto di una proficua collaborazione con Bruno Ellingham, noto per il suo lavoro con Massive Attack, Portishead, Everything But the Girl e New Order. Tuttavia, tali influenze vengono rielaborate nella loro musica con una personalità unica, priva di provincialismi.
Un magnetismo che risuona fortissimo in Comfort in the Silence. Un album denso, immersivo, concepito come un vero e proprio flusso unico ed in cui è bello perdersi. La cifra stilistica del disco risiede nel magistrale contrasto tra la voce di Cecilia Miradoli (eterea, elegante, luminosa e mai banalmente “angelica”) e le composizioni strumentali di Max Terenzi, che si muovono agilmente tra freddezza elettronica, calore analogico e tensioni darkwave.
Non si tratta di un’operazione nostalgia rivolta agli anni ’90. I PINHDAR prendono quella lezione e la trasformano in un linguaggio contemporaneo, dove lo spazio, il vuoto e il silenzio contano tanto quanto il suono. Un disco cinematico e profondo, che dimostra come si possa fare della malinconia una forma d’arte accessibile e straordinariamente sofisticata. Per capire la loro essenza, suggerisco di ascoltare “After the Fall”, un brano che racchiude alla perfezione questa meravigliosa sospensione tra fragilità e intensità.
Una fascinazione tale da spingermi ad una chiacchierata con la band, per scoprire cosa si nasconde dietro la nascita di questo affascinante progetto.
Partiamo dall’inizio: la nascita dei Pinhdar. Prima ancora della musica, cosa vi unisce umanamente? Qual è stata la scintilla che ha portato alla nascita dei Pinhdar e quanto conta il vostro rapporto personale nella costruzione del progetto?
I PINHDAR sono nati da un’amicizia ventennale e da mille esperienze musicali condivise. Durante il lockdown nel 2020, abbiamo sentito la necessità di far volare fuori dalle mura del nostro home studio la mente e l’anima attraverso la musica. E così il progetto è nato molto naturalmente, senza una strategia precisa: ci siamo resi conto che avevamo lo stesso bisogno di costruire mondi sonori immersivi ed emotivi per uscire dal senso di claustrofobia di quel momento. Il rapporto personale conta moltissimo perché il progetto si basa su una fiducia artistica totale. Credo sia proprio questo a dare ai PINHDAR una forte identità riconoscibile nel tempo.
Un incontro inevitabile o una scoperta reciproca? Avevate già suonato insieme o avuto esperienze artistiche affini prima dei Pinhdar? Oppure il progetto è nato dall’incontro di due percorsi separati che hanno scoperto, quasi per caso, di condividere lo stesso immaginario sonoro e culturale?
Arrivavamo da percorsi differenti, ma con molte connessioni sotterranee. Non c’era un background comune “di scena” o una band precedente che facesse già intuire i PINHDAR. Condividiamo un immaginario molto preciso: un certo tipo di malinconia elegante, il rapporto tra elettronica e umanità, la tensione tra oscurità e bellezza. Non ci interessava replicare un genere, ma costruire un linguaggio personale usando elementi che sentivamo profondamente nostri. I PINHDAR sono nati da lì: dall’idea di creare una realtà parallela coerente e immersiva.
Le radici sonore: Bristol, Manchester, Leeds, gli anni ’90. Nella vostra musica si percepisce un forte legame con una certa tradizione britannica: trip hop, darkwave, elettronica malinconica, post-punk. Vengono inevitabilmente in mente nomi come Portishead, Massive Attack, Everything But the Girl o New Order. Quali sono state davvero le vostre influenze formative? E quanto quella scena ha inciso non solo sul vostro gusto musicale, ma anche sul vostro modo di intendere la musica?
Sicuramente quella tradizione britannica ha avuto un impatto enorme su di noi , non solo musicalmente, ma proprio nel modo di concepire l’identità artistica. Portishead, Massive Attack, Cocteau Twins, New Order, Curve, Everything But The Girl, Tricky, certo. Ma anche molto post-punk, darkwave ed elettronica europea. E poi colonne sonore, shoegaze, ambient, dub. Ci ha sempre colpito la capacità di certa musica inglese di essere sofisticata senza perdere emotività. Quello che abbiamo assorbito davvero non è tanto il “suono anni ’90”, quanto un approccio: la musica come atmosfera totale, come costruzione di un universo. In quella scena c’era una grande libertà nel fondere elementi diversi senza preoccuparsi troppo delle etichette , ed è una cosa che sentiamo molto vicina.
Nostalgia o continuità? Riportare nel 2026 certe atmosfere e certe estetiche potrebbe essere letto come un’operazione nostalgica. Nel vostro caso, invece, sembra esserci qualcosa di diverso: quasi la sensazione che quella sensibilità non sia mai davvero finita. Per voi questa musica appartiene al passato o rappresenta un linguaggio ancora contemporaneo, semplicemente rimasto ai margini?
Per noi non è mai stata nostalgia. La nostalgia tende a cristallizzare qualcosa nel passato, mentre noi percepiamo quel linguaggio come ancora estremamente contemporaneo. Semplicemente, a un certo punto, molta musica ha scelto altre direzioni: più veloci, più immediate, più funzionali all’algoritmo. Ma certe esigenze emotive non sono scomparse ; il bisogno di profondità, atmosfera, tensione emotiva, immersione sonora esiste ancora. Crediamo che il trip-hop, la darkwave o certe estetiche elettroniche malinconiche siano rimaste ai margini più per dinamiche industriali e culturali che per esaurimento artistico. Noi non cerchiamo di “riportare indietro” qualcosa, ma di continuare una conversazione che secondo noi non si è mai davvero conclusa.
Sentirsi italiani dentro un immaginario inglese. La vostra musica ha come habitat naturale il Regno Unito più che l’Italia. Vivendo e suonando spesso lì, vi capita mai di percepire una sorta di “svalutazione inconscia” legata all’essere italiani all’interno di una scena così profondamente britannica? Oppure sentite che quel contesto vi abbia in qualche modo accolti e “naturalizzati” artisticamente?
Quando fai un certo tipo di musica in Italia percepisci spesso una sorta di implicita eccezione: come se appartenessi a un contesto “anomalo”. Nel Regno Unito invece abbiamo trovato un ascolto molto più naturale. Non necessariamente più facile, ma più culturalmente predisposto verso questo tipo di sensibilità. Lì certe coordinate estetiche fanno parte del tessuto musicale collettivo. Detto questo, non abbiamo mai cercato di “sembrare inglesi” ma abbiamo assorbito profondamente quella cultura musicale fino a renderla parte del nostro linguaggio, senza imitazione. Oggi ci sentiamo un progetto europeo, con un’identità ibrida ma molto definita. L’Italia resta la nostra origine, ma il nostro orizzonte artisticò è internazionale.
Appartenenza culturale. A forza di frequentare quei luoghi, quelle città, quei club e quella cultura, vi sentite ancora musicalmente italiani o ormai parte di un’identità più ibrida? Quanto conta, per voi, vivere fisicamente certi ambienti rispetto al semplice assorbimento musicale attraverso l’ascolto?
Più che italiani o inglesi, ci sentiamo legati a una geografia emotiva e culturale precisa. Ci sono città che hanno prodotto certi suoni perché avevano dentro un certo clima umano, sociale, urbano. Bristol, Manchester o Leeds non sono solo riferimenti musicali: sono atmosfere. Frequentare quei luoghi conta molto perché la musica non nasce nel vuoto: nasce anche dall’architettura, dal meteo, dai club, dal modo in cui le persone vivono la notte.
Luce ed oscurità. Uno degli aspetti più affascinanti del vostro sound è il contrasto tra una voce estremamente eterea, elegante e luminosa e composizioni spesso oscure, fredde o malinconiche. Come nasce questo equilibrio? È qualcosa di spontaneo oppure una precisa ricerca estetica condivisa?
Quel contrasto è sempre stato molto naturale per noi. Ci interessa l’idea che la luce sia più intensa quando attraversa qualcosa di fragile, malinconico o ambiguo. La voce di Cecilia ha una componente eterea e luminosa, ma non “angelicata” nel senso classico. C’è sempre anche una tensione, qualcosa che rimane sospeso. E le composizioni lavorano proprio su quell’equilibrio: calore e freddezza, intimità e distanza, eleganza e inquietudine.
La genesi delle canzoni. Come nasce concretamente un brano dei Pinhdar? Parte tutto da un’atmosfera, da un beat, da una linea vocale, da un’immagine mentale o da un testo? E come avviene il dialogo creativo tra voi due durante la composizione?
A volte partiamo da una cellula sonora, altre da una progressione armonica, altre ancora da un testo, da cui prende vita una melodia. Anche quando uno dei due porta un’idea iniziale, il brano prende davvero forma solo attraverso uno scambio costante. Molte volte il lavoro più importante è capire cosa togliere, tanto che alcuni brani sono stati addirittura scomposti, ridotti all’osso e riassemblati lasciando più spazio ai vuoti e alle tensioni. Durante la produzione di Comfort in the Silence, gli ultimi brani sono nati spontaneamente mentre stavamo già ultimando gli altri, mixandoli con Ian Caple. In particolare, per questi ultimi sono arrivati prima i testi e poi il resto.
Italia e Regno Unito: due scene a confronto. Vivendo tra Italia e Regno Unito avete avuto modo di osservare entrambe le realtà musicali dall’interno. Quali differenze percepite maggiormente tra la scena inglese e quella italiana, non solo in termini di pubblico, ma proprio di mentalità, produzione artistica e costruzione di un’identità musicale?
La differenza più grande è culturale. Nel Regno Unito esiste storicamente una maggiore legittimazione dell’identità artistica forte, anche quando è fuori dagli standard mainstream. In Italia spesso si percepisce ancora una certa paura della radicalità estetica , come se molti progetti sentissero il bisogno di giustificare la propria identità o renderla più “accessibile”. Nel contesto britannico invece la costruzione di un immaginario coerente è vista quasi come un valore naturale. Anche il pubblico, mediamente, ha una familiarità più profonda con certe sonorità e questo cambia molto il tipo di ascolto.
Perché certe sonorità in Italia sembrano “più rare”? La vostra musica dà la sensazione di appartenere a un contesto internazionale non semplicemente per gusto estetico, ma per atmosfera, produzione e approccio culturale. Secondo voi perché in Italia è ancora così difficile trovare progetti che riescano davvero a restituire quel tipo di immaginario senza risultare imitativi?
Perché richiedono una visione più ampia. Non basta amare il trip-hop o il post-punk: serve una cultura sonora aperta, ma anche una forte identità personale. Molti progetti si fermano all’estetica superficiale del genere: il beat lento, il riverbero, il synth nostalgico. Ma manca una vera immersione culturale ed emotiva. Quella musica funzionava perché aveva profondità umana, tensione, rischio artistico. Secondo noi in Italia spesso manca proprio il coraggio di abitare davvero certi territori senza preoccuparsi continuamente della collocazione di mercato o dell’approvazione immediata, oppure dover per forza fare “avanguardia”.
È possibile una vera scena alternativa di questo tipo in Italia? Secondo voi una scena italiana realmente vicina a queste sonorità può esistere e consolidarsi nel tempo oppure il Regno Unito resterà sempre il punto di approdo naturale per certa musica? L’Italia può sviluppare una propria identità in questo ambito o rischia inevitabilmente di vivere di riflesso rispetto alla tradizione britannica?
Potrebbe esistere, ma dovrebbe smettere di percepirsi come periferica rispetto al Regno Unito. Non è un problema fare musica influenzata da certe tradizioni, tutta la musica nasce da contaminazioni. L’Italia avrebbe tutte le possibilità per sviluppare una scena forte e riconoscibile in questo ambito, ma servono progetti che abbiano una visione lunga, identitaria, non semplicemente estetica. Da parte nostra abbiamo sempre cercato di costruire qualcosa che potesse dialogare naturalmente con un contesto europeo, senza provincialismi ma anche senza complessi di inferiorità.
Da dove partire per scoprire i Pinhdar? Molti dei lettori probabilmente vi scopriranno per la prima volta attraverso questa intervista. Se doveste consigliare un solo brano o un disco da cui iniziare per entrare davvero nel vostro mondo, quale scegliereste e perché?
Probabilmente da Comfort in the Silence, perché è il disco che rappresenta meglio il nostro equilibrio attuale. È un album denso e immersivo, quasi concepito come un flusso unico. Dentro ci sono tutte le anime del progetto: il trip-hop, la darkwave, l’elettronica, la componente cinematica, ma anche un lavoro molto forte sull’atmosfera, sulla tensione emotiva e sui testi. Se invece dovessimo scegliere un solo brano, forse “After the Fall”, perché racchiude bene quella sospensione tra fragilità e intensità che sentiamo molto nostra.
Cosa ascoltano oggi i Pinhdar? Al di là delle influenze storiche che fanno parte del vostro DNA musicale, quali sono gli artisti o le band contemporanee che oggi sentite più vicine? Ci sono progetti emergenti italiani o internazionali che vi entusiasmano particolarmente e che secondo voi meritano molta più attenzione?
Continuiamo ad ascoltare moltissima musica, anche molto diversa. Accanto agli artisti che fanno parte del nostro DNA — alcuni come Massive Attack e Portishead li hai già citati anche tu — ci interessano molto quei progetti contemporanei che riescono ancora a creare mondi riconoscibili. Ad esempio Chelsea Wolfe, Haelos o Sevdaliza. In generale ci interessa più la personalità artistica che il genere. Abbiamo sempre avuto attenzione per i progetti emergenti interessanti perché sono importanti per lo stimolo creativo. Al punto che per anni, in veste di organizzatori di un festival, siamo andati a “scovare” novità, spesso diventate poi anche molto popolari.
Cosa cercate nella musica degli altri? Quando ascoltate musica, cosa vi colpisce davvero? L’atmosfera, la produzione, la scrittura, il rischio artistico, la capacità di creare immaginari? E cosa pensate manchi maggiormente a molta musica contemporanea?
Cerchiamo la capacità di toccare le nostre corde interiori e di stimolare la nostra immaginazione. Ovviamente contano molto anche la scrittura, il suono e la forza e l’attitudine nel live. Nel nostro lavoro siamo sempre attenti a portare l’ascoltatore in un mondo che cerchiamo di rendere coerente, così che le immagini, i testi, le copertine, i video e i visual rispecchino il suono. Quindi ci colpiscono le band che hanno una forte identità anche sotto tutti questi aspetti, ma con un approccio sincero e non di maniera.
Una frase che vi rappresenta. C’è un verso di una vostra canzone che sentite particolarmente vicino e che, in qualche modo, rappresenta l’essenza dei Pinhdar? Ci piacerebbe chiudere questa intervista con quella frase e con il significato che ha per voi.
“We’re only humans, searching for a meaning of life / We’re only humans, between darkness and light.”
Dal brano “Humans”, rappresenta i chiaroscuri tipici dell’essere umano, capace di opere meravigliose ma anche di atrocità. Tutti i nostri testi, nelle loro diversità e declinazioni, raccontano le luci e le ombre di cui è fatto l’uomo e le conseguenze che questo ha su se stesso e sul pianeta. E crediamo che questo si rifletta profondamente anche nella nostra musica.
Ed è probabilmente proprio qui che si comprende davvero l’essenza dei PINHDAR: in quella tensione costante tra oscurità e luce, fragilità e intensità emotiva, che attraversa tanto i vostri testi quanto la vostra musica.
Per questo non posso che ringraziarvi per questa chiacchierata sincera, profonda e incredibilmente immersiva.
I PINHDAR riescono a trasformare malinconia, silenzio e tensione emotiva in qualcosa di estremamente vivo e contemporaneo. E dopo questa conversazione, “Comfort in the Silence” appare ancora di più per ciò che realmente è: non soltanto un album, ma un luogo emotivo in cui perdersi lentamente.







