-Intervista di Di Chiara De Luca foto di Rocco Pagliarulo –
Da Celestino, a San Lorenzo, il cantautore apre il suo giro estivo e racconta Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perché l’amore è, un disco scritto di pancia e vissuto dal vivo senza separare parola e musica.
C’è un posto nel quartiere San Lorenzo di Roma che Amalfitano ha ritenuto perfetto come punto di partenza del suo tour estivo 2026. Il 9 giugno la data zero non si è svolta in una venue con capienza certificata o su un palco istituzionale. In realtà, il palco non c’era e basta: il concerto è stato fatto da Celestino, un bar che per lui è un po’ casa, nonché il setting perfetto per il suo ipotetico ultimo concerto – parole sue.
Il tour estivo – L’Amore Summer Tour 2026 – ha già preso il via l’11 giugno al Dumbo Summertime di Bologna, e prosegue con le prossime tappe: 26 giugno a Carpi (MO) al Coccobello, 27 giugno a Roseto degli Abruzzi (TE) al Lido Ahmar, 17 luglio a Segrate (MI) al Circolo Magnolia, 25 luglio a Genova al Balena Festival, e 12 settembre a Diamante (CS) al Peperoncino Festival.
Quella sera la sala interna di Celestino era piena fino a straripare. Amalfitano cantava con la sua band – con lui Guglielmo Senatore alla batteria, Giorgio Condemi alla chitarra e Cristiana della Vecchia alle tastiere – come se il pubblico fosse parte dell’organico, un’estensione naturale di chi suonava. La gente ha cantato, ballato, urlato, sudato e riso. Una festa intima nel senso più vero del termine: il tipo di serata che non si organizza, ma che si trova.
Dopo il soundcheck, prima che la sala si riempisse, abbiamo fatto due chiacchiere sul suo ultimo album e sulla sua musica.
“Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perché l’amore è” è uscito il 24 ottobre 2025 ed è il suo terzo album da solista. Dodici tracce scritte, come racconta lui stesso, quasi tutte in sette giorni, di pancia, senza rete. Un disco che parla d’amore in tutte le sue forme – romantico, viscerale, filosofico, paterno – e che si porta appresso scarabocchi come copertine e un titolo che è già, da solo, una dichiarazione di poetica.
Il tour è appena iniziato. Hai paura di qualcosa?
No, paura no. In questo momento non ne ho, fortunatamente – almeno per quanto riguarda il tour. Altre paure, forse, ma fuori da qui.
Per il tour sono carichissimo, sono felice. Il tour invernale ci ha dato tantissime soddisfazioni, una bella ondata d’amore non prevista. Perché comunque è uscito un disco cantautoriale un po’ più – è terribile da dire – difficile. Cosa normale, ma non scontata: non è così pieno il mercato di fantasia, di varietà. Quindi non era ovvio avere più pubblico di prima, anche solo un po’ di più. Questa cosa non mi dà paura, sono molto sereno con quello che sto facendo adesso.
Ci saranno differenze tra il tour invernale e quello estivo?
La prima è che giriamo con un membro in meno – il bassista – però siamo sempre in quattro, una full band a tutti gli effetti. Poi ci saranno, come nell’invernale, delle date in acustico, dove sarò da solo. È abbastanza simile, la differenza è nello scambio. E nelle location: io speravo di fare il più possibile, d’estate, date dove c’è più natura; ad esempio, ce n’è una sul mare.
Il concetto di natura è molto presente nella tua musica – l’azzurro, il mare, un certo mood rilassato. È qualcosa che vuoi trasmettere consapevolmente o è tutto spontaneo?
Credo che il concetto di natura ce l’abbiamo molto dentro di noi, mentre la natura che concepiamo come tale in realtà non la conosciamo davvero – neanche i più grandi estimatori della natura selvaggia. C’è ontologicamente un problema dell’essere umano: per sopravvivere deve creare dei supporti che la natura non ti dà, deve modificarla. Quindi anche se sei il più grande fricchettone, la natura ti respinge e tu respingi lei. Il posto dove troviamo la natura non è nella natura – ed è già sbagliato darle un nome univoco, a tutta quella varietà di terrore e meraviglia che è là fuori.
La natura è qualcosa che viviamo dentro di noi. Se c’è un azzurro, un mare, non è probabilmente il mare vero: è l’idea del mare che abbiamo dentro. Mi piace raccontare quello. Sembra filosofico, ma è molto semplice – anche un bambino che non ha mai visto il mare, a cui è stato solo raccontato, ci scriverà una poesia.
Il titolo dell’album si ferma con “l’amore è”. Come lo continueresti tu?
L’amore è tutto ciò che permette alle cose di voler continuare a sopravvivere. Il fatto che le cose si mantengano in vita, che non si vogliano disperdere, che si vogliano tenere. Se vogliamo fare filosofia pura – cercando di essere il più semplici possibile – il mondo è un grandissimo gigantesco verbo essere. Il fatto che questo verbo si tenga in essere e non cada nel non essere, nella morte, nella non-esistenza: la volontà di tutto ciò che esiste di voler rimanere, quella è l’amore. Come la gamba del tavolo che deve rimanere su.
Nell’album l’amore prende forme diverse: in “Mille volte sì” sembra in potenza, quasi una promessa; in “Come vuoi” sembra in stallo; in “Vai a costruire una campana” c’è l’amore per la vita stessa. Come hai concepito questo percorso?
In modo spontaneo. Questo è sicuramente un disco molto di pancia. La maggior parte delle canzoni sono state scritte in sette giorni. Poi ho recuperato tre o quattro canzoni vecchie, ma il resto è un disco dove non riflettevo su quello che volevo dire: lo dicevo e lo mettevo in musica. Come se stessi raccontando di quando mi stavo innamorando – e volevo farlo perché le canzoni non sono poesie. Le canzoni fanno ballare le parole sopra la musica. Se scrivi “quando sei qui con me questa stanza non ha più pareti” [“Il cielo in una stanza”, Gino Paoli Ndr] è una poesia abbastanza ordinaria. Ma se canti la canti con quella gravità romantica, con quella dolcezza che la musica aggiunge, quella è la canzone. Dividere testo e musica come se fossero due cose separate è, secondo me, una follia.
Dividiamo per capire, come in biologia: arrivi alla natura come una botta atomica – uccellini, tigri, foglie che cadono – e qualcuno dice “questi sono animali, quelle sono piante”. Funziona, ma perdi la botta poetica. In questo disco cercavo di tenere insieme le due cose senza vederle come separate.
In questo disco ti sei messo molto a nudo: c’è una canzone per tuo figlio, c’è il racconto di un innamoramento, ci sono i tuoi disegni come copertine. Come vivi questa esposizione?
Non ho mai avuto un problema con quello. Ho avuto altri problemi: per vari anni sono stato un alcolista, e adesso non lo sono più. Quello rende tutto più immediato, nel bene e nel male. Da una parte è un filtro – tutto è veicolato da quello. Dall’altra ti toglie i filtri: quello che esprimi lo devi esprimere con un gesto solo, hai la forza di fare solo un gesto, e quello tieni.
In “Cinquesette” descrivi quel lasso di tempo tra il caffè delle cinque e il bicchiere delle sette. Cos’è quel momento?
È l’ansia. È la tensione, quella cosa che scambi per amore ma in realtà non lo è – è desiderio, una parte dell’amore. Non l’amore di una persona: questa parte del desiderio è parte di quell’amore più grande di cui parlavo prima.
Il bicchiere è un desiderio totalmente fisico e psicologico. Sentirsi dentro la vita in modo molto forte perché vibri. Devi assolutamente farti quel bicchiere di vino. È una condizione di tensione estremamente forte che alcuni hanno provato, altri no.
E cos’è l’ultima canzone del tuo ultimo concerto?
È dedicata a tutte le volte in cui ho cercato, o ho dovuto, smettere di fare musica. Perché la vita del musicista è una vita dove la musica ogni tanto è fondamentale ed essenziale, e ogni tanto semplicemente superflua. Quando ti senti superfluo ti viene voglia di lasciare, ti immagini la tua fine. È un modo di vedersi, di raccontarsi – perché alla fine uno racconta sempre prima a se stesso. Il primo pubblico delle proprie canzoni sei tu.
E come suonerebbe, quel concerto?
Dentro un bar. Tipo oggi.
C’è una domanda che avresti sempre voluto ricevere e che nessuno ti ha mai fatto?
Non lo so. Il cappello del mago delle domande è sempre pieno di infinito. Se la sapessi, non mi sorprenderebbe.
Qualche ora dopo, nella stessa stanza in cui avevamo parlato, non c’era più spazio per muoversi. Celestino era vivo, la gente cantava le parole di un disco uscito pochi mesi prima come se le conoscesse da sempre, e Amalfitano suonava e cantava con l’aria di chi non sta distinguendo il palco dal pubblico – perché non stava distinguendo niente. Era tutto insieme, rumoroso e felice, e neppure il caldo di quella sala è riuscito a fermare il live.
È forse questa la cosa interessante di Amalfitano: un tipo che ti spiega l’amore usando Heidegger e la gamba di un tavolo, e poi quella stessa sera ti fa urlare un ritornello come se fosse la cosa più naturale del mondo. Non c’è contraddizione. Come diceva lui stesso, dividere le cose per capirle funziona







