-Di Martina Rossato-
Il disco d’esordio uscito per 42 Records racconta una generazione cresciuta tra chitarre indie rock, ritmiche hip hop, vinili numerati e futuro da ricostruire.
Nostalgia/Futuro nasce dalla scrittura di Andrea Catenaro, ma prende forma come una vera band sul palco e come un collettivo in studio. Tra chitarre indie rock, ritmiche che guardano all’hip hop e una produzione sospesa tra passato e presente, il progetto racconta le inquietudini, i desideri e le disillusioni di una generazione cresciuta con la sensazione di essere arrivata in ritardo.
In occasione dell’uscita di Nostalgia/Futuro, l’omonimo disco di esordio del collettivo, uscito per 42 Records, ci siamo incontrati ai Bagni Misteriosi di Milano. In una calda serata estiva, a bordo piscina, abbiamo parlato di tempo, nostalgia, futuro, musica e di tutto ciò che prova a sopravvivere al passare degli anni.
“Nostalgia e Futuro” sono due concetti molto distanti che però voi riuscite a unire molto bene. Cinque anni fa immaginavi così il tuo futuro?
No, me lo immaginavo peggiore. Facevo un lavoro che non mi piaceva e l’ho fatto per troppi anni. Oggi sto cercando di fare musica il più possibile e, in parte, ci sto riuscendo. Ho anche uno studio di registrazione oltre al progetto musicale. Cinque anni fa non pensavo che sarebbe andata così. Sto provando a costruire il futuro che vorrei: non ci sono ancora arrivato, ma sto camminando verso quella direzione. Cinque anni fa, invece, sentivo di essere fermo.
Il progetto ha una dimensione molto personale, ma c’è anche quella della band. Come fate a tenere insieme queste due anime?
Io scrivo i pezzi e li co-produco insieme ad Alessandro Scorta e ad altri collaboratori. Dal vivo, però, siamo una vera band. Le uniche eccezioni sono situazioni come questa, in cui mi esibisco da solo con voce e chitarra. È una dimensione molto più intima e richiede anche una scaletta diversa.
Quindi il live è molto diverso dal disco?
Suono i brani del disco, ma li alterno a cover che sono nate durante le prove. Alcuni accordi mi riportavano a musiche con cui sono cresciuto e da lì è nata l’idea di un lungo medley in cui i miei pezzi dialogano continuamente con riferimenti che il pubblico potrebbe riconoscere.
È la prima volta che lo fai?
No. Ho fatto molti concerti in questa formula, anche in appartamento. All’inizio non pensavo che i pezzi del disco potessero funzionare soltanto con voce e chitarra, poi ho scoperto che era una dimensione molto forte e capace di valorizzarli in modo diverso. D’altra parte, sono cresciuto ascoltando band. Anche il nome del progetto è pensato come il nome di una band. Mi riconosco molto di più nell’immaginario collettivo delle band che in quello del solista. Sul palco siamo una band a tutti gli effetti e anche in studio il lavoro è condiviso. L’idea di collettivo mi interessa molto.
Infatti usi spesso la parola “collettivo”. Cosa significa per te?
Significa che ci sono molte persone coinvolte oltre a me. I testi sono personali, ma la produzione è condivisa, sul palco siamo in più persone e c’è anche un team che segue la comunicazione. Per esempio, abbiamo scelto di non puntare molto sulla mia immagine. Preferivamo che fosse l’identità grafica del progetto a parlare. In un periodo in cui molti artisti costruiscono la propria comunicazione attorno alla propria persona, noi abbiamo scelto una strada diversa. Ci sono poche foto mie e poche immagini della band. Mi piace che il progetto mantenga una certa distanza e un certo mistero.
Questa cosa si percepisce. A proposito di immagine: la copertina del disco sembra quasi una fotografia di famiglia. È qualcosa di autobiografico?
Sì. Nella foto ci sono il fratello di mio nonno e mia cugina da bambina. Mi sembrava rappresentasse perfettamente l’idea di “Nostalgia/Futuro”: una generazione che si allontana e una che sta arrivando. Quando ho visto quella fotografia ho capito subito che sarebbe stata la copertina.
È nata prima la foto o il titolo?
Prima il titolo. Il disco era già stato registrato quando abbiamo scelto il nome.
Avete anche stampato il disco in vinile. Quanto è importante per voi l’oggetto fisico?
Molto. Anche qui ritorna la dicotomia tra nostalgia e futuro: da una parte il digitale, dall’altra il vinile da toccare. Ne abbiamo stampate 200 copie numerate a mano. Vederlo realizzato, ascoltarlo sul giradischi, è stata un’emozione enorme. Non avevo mai pubblicato un vinile prima.
Dal punto di vista tecnico, invece, quanto c’è di analogico e quanto di digitale nella vostra musica?
Molto è stato suonato realmente: basso, chitarre, batteria. Ci sono poche drum machine. Allo stesso tempo volevamo mantenere una produzione contemporanea. I riferimenti arrivano spesso da mondi analogici, ma c’era il desiderio di parlare il linguaggio del presente. Abbiamo cercato di far convivere queste due anime. Inoltre continuo ad ascoltare molta musica nuova. Per scrivere ho bisogno di innamorarmi di qualcosa di nuovo. Se ascolto soltanto ciò che conosco già, perdo quello stimolo creativo.
C’è qualche artista recente che ti ha colpito particolarmente?
Negli ultimi anni mi sono appassionato molto a Dean Blunt. Mi piace il modo in cui mescola hip hop, art pop e sperimentazione. Ascolto anche molto indie rock contemporaneo e hip hop americano più sperimentale, come JPEGMafia. Tra gli artisti che amo di più c’è Alex G, che riesce a unire una scrittura molto legata all’indie rock degli anni Novanta con una produzione moderna. Mi piace molto anche Blood Orange, sia come autore sia come produttore. Dal punto di vista chitarristico, invece, ho riscoperto i Durutti Column: una band di Manchester di fine anni Settanta che suona ancora incredibilmente contemporanea.
In un brano canti: “Difendi le ore buttate ma con grande onore”. Cosa rappresentano per te queste ore buttate?
Con il tempo ho sviluppato un rapporto complicato con il concetto di tempo stesso. Per molti anni ho avuto la sensazione di sprecarlo facendo cose che non mi interessavano. Quando ho iniziato ad avere più libertà, ho cercato di riconciliarmi con questa idea. Quella frase parla proprio di questo: perdiamo molto tempo e poi cerchiamo di trovare un modo per dare un senso al tempo che abbiamo perso.
Hai trovato questo modo?
Sto imparando. Oggi gestisco meglio il mio tempo, ma continuo ad arrabbiarmi quando mi accorgo di averlo sprecato. È una lotta quotidiana.
“Sorpresa” è forse il brano più inatteso del disco. È nato in modo diverso rispetto agli altri?
Sì, è stato uno degli ultimi pezzi scritti. La prima parte nasce come una ballad per voce e pianoforte. La coda, invece, proveniva da un jingle che avevo composto per un progetto poi mai realizzato. Mi sono accorto che quando scrivo su commissione ho meno pressioni e riesco a essere più libero. A un certo punto ho capito che quelle due idee nate in modo così diverso sarebbero potute convivere. Le abbiamo unite e ne è nato un brano che considero tra le cose migliori che abbia scritto.
Abbiamo parlato molto di passato e futuro. C’è qualcosa del presente che ti entusiasma particolarmente?
Faccio fatica a essere ottimista. Nel mondo della musica è un momento complicato: è difficile fare tour e spesso c’è la tendenza a costruire una narrazione più grande della realtà. Se devo trovare un aspetto positivo, direi la democratizzazione degli strumenti. Oggi chi ha qualcosa da dire può farlo più facilmente. Non credo che la tecnologia o l’intelligenza artificiale distruggeranno la musica. Ogni rivoluzione ha portato cambiamenti e nuove possibilità. Allo stesso tempo, però, alcune competenze rischiano di perdere valore: lo studio di registrazione, il live, il lavoro sugli strumenti. Più in generale, penso che oggi tutti si sentano in dovere di esprimersi su tutto. Io preferisco parlare delle cose che conosco davvero.
Ultima domanda: dopo aver chiuso il disco hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua musica?
Sì, suonando questi brani da solo, con voce e chitarra, ho scoperto che hanno un potenziale pop che tendevo a reprimere. Probabilmente perché sono molto severo con me stesso e ho sempre avuto paura di avvicinarmi a certe forme più immediate. Invece ho capito che non devo bloccarle ma accoglierle. Questa consapevolezza mi sta aiutando molto nella scrittura del prossimo disco.







