-Di Silvia Ravenda-
Giardino del Castello di Udine, 20 luglio 2026. Unica data friulana per l’ex chitarrista degli Smiths, dentro Udinestate, per VignaPR e FVG Music Live. Novanta minuti in cui la firma conta più della paternità.
Mi ero ripromessa, prima ancora di salire verso il castello, di non scrivere un report facile. Niente pezzo che apre sugli Smiths, chiude sugli Smiths e concede al resto il contentino di due righe. Con Johnny Marr la tentazione è fortissima, perché la sua storia entra in scena prima di lui: quarant’anni di musica, un modo di suonare che ha preso Nile Rodgers, Bert Jansch e il jangle di James Honeyman-Scott e li ha fusi in qualcosa di solo suo, poi inseguito da centinaia di band. Tutto vero. E proprio per questo pericoloso: una storia così grande finisce per fare ombra all’uomo che, la sera del 20 luglio, saliva sul palco del giardino del Castello di Udine per suonare davanti a noi.
Il pubblico, per me, è sempre la prima pagina di un concerto. Quello raccolto nel giardino andava dai tredici ai settant’anni e si muoveva con una compostezza che sapeva di rispetto: chi ama davvero questa musica finisce per somigliarle perché insegna una gentilezza concreta. Niente calca, nessuna gomitata per guadagnare un metro verso il palco. Un’educazione delicata, dentro la quale mi sono riconosciuta subito. Quando regali una sera a un concerto entri in una comunità provvisoria: dura fino all’ultimo bis e intanto, per quelle due ore, ti tiene. È poco ma è abbastanza.
Alle 21.06, con l’ultima luce del giorno ancora addosso alle mura, Marr entra come se niente fosse: testa bassa, sorriso già pronto. Nessuna cerimonia d’ingresso. Attacca e basta. Con lui una band collaudata — James Doviak alla chitarra e alle tastiere, Iwan Gronow al basso, Jack Mitchell alla batteria — di un’immobilità quasi irreale: impassibili, inchiodati al loro posto, al punto che, se non avessero suonato divinamente, avrei potuto sospettare un playback. Stanno lì per una ragione precisa: lasciare tutta la scena all’unica cosa che conta, la chitarra. “Generate! Generate!” apre la serata, “Panic” le va dietro.
Ed è su “Panic” che il pensiero si accende, e da lì non mi lascia più. Una canzone degli Smiths è una creatura a due mani. La parte strumentale, dagli accordi all’intera impalcatura del suono, è farina del sacco di Marr, tirata su con Rourke al basso e Joyce alla batteria. Le parole, e la melodia che le canta, sono di Morrissey: e versi di quel peso non se ne scrivono per caso, erano la sua maniera di sopravvivere a una società che gli andava stretta, il gioco continuo tra l’ironia e il male di vivere. Per anni quei due nomi hanno voluto dire una cosa sola. Poi si sono lasciati, malamente, e ogni canzone è rimasta orfana di uno dei suoi due padri.
Marr oggi le canta da frontman, dopo una vita passata a costruire musica per la voce degli altri, ed è una posizione stranissima. Chiamarla cover sarebbe ingiusto: nessuno fa la cover di ciò che ha scritto e arrangiato con le proprie mani. Chiamarla canzone interamente sua sarebbe altrettanto falso, perché quei versi si portano dentro una vita che non gli è mai appartenuta. La parola giusta è la più scomoda: interprete. Marr interpreta parole che ha rivestito di accordi e chitarre e che non ha mai scritto. E l’orecchio, durante la serata, lo conferma. Per quanto bravo sia stato — e lo è stato — nei suoi pezzi il cantato aveva più aria. Si sentiva la differenza tra chi canta quello che vuole e chi canta quello che deve: sulle sue canzoni la voce si apriva e respirava, sulle pagine di Morrissey restava più raccolta, quasi in prestito. Un po’ del fuoco originale, lì, si abbassava. E per tutta la sera mi sono chiesta che cosa resti di certi versi quando li canta chi non li ha mai sentiti propri.
La domanda è tutt’altro che un esercizio da critici. I due autori di quelle canzoni litigano da quasi quarant’anni, una faida che non si è mai spenta, e Morrissey ha scelto di colpire esattamente qui. Marr, dal canto suo, alla reunion mondiale offerta nel 2024 per il 2025 aveva già risposto con un no secco, ma continua a portare quei brani in giro per il mondo da solo. Il 20 luglio, nel giardino del castello, il problema dell’autore diviso era il cuore vivo di ciò che stavamo ascoltando.
Poi ho alzato gli occhi dal mio ragionamento, e il giardino aveva già risposto: la gente era felice. Allora forse un senso c’è, ed era esattamente quello che il pubblico era venuto a prendersi. Inutile nascondersi dietro un buonismo ruffiano: chi era lì voleva ritrovare quelle canzoni, e le ha ritrovate.
Una cosa sola mi ha lasciato l’amaro in bocca. Guardandomi intorno vedevo che molti dei suoi pezzi da solista, bellissimi, al pubblico dicevano poco: la gente ascoltava composta e aspettava il momento Smiths. E Marr lo sa. Si prende la scena da professionista che ha capito da un pezzo per quale storia la gente compra il biglietto, e bastava guardare chi cantava e chi taceva: sui brani suoi quasi nessuno muoveva le labbra. C’erano ragazzi giovanissimi nel giardino, eppure a saltare e ballare erano i più vecchi, i diversamente giovani, quelli che quella musica l’hanno vissuta in presa diretta. I ragazzi guardavano la leggenda; i loro genitori ballavano il proprio passato.
In parte, va detto, è una questione di calendario. Certi brani, quella sera, non poteva conoscerli nessuno: escono il 2 ottobre su “The Age Of Everything”, e a giugno era arrivato soltanto “Spin” come primo singolo. Peccato, perché lì dentro Marr rimette la chitarra al centro, e si sente eccome. Osservando meglio le reazioni, però, ho ritrovato il filo del mio pensiero. Il pubblico aspettava una cosa più profonda delle canzoni: aspettava la sua mano. Il fraseggio di “This Charming Man”, quell’intreccio arpeggiato e sincopato di bicordi che riconosci in un secondo; il tremolo di “How Soon Is Now?”, quel battito che nessun altro tira fuori a quel modo. Il boato partiva sull’attacco, prima ancora che entrasse il canto. La gente riconosceva la mano, e soltanto dopo la canzone. E quella mano, sopra la sua Jaguar, è l’unica parte della storia che gli appartiene senza discussioni.
Su questo Marr è stato generoso: una scaletta viva, dove passato e presente si passavano la palla senza gerarchie. E lasciatemelo dire una volta per tutte: recuperate i suoi dischi da solista, perché meritano.
Dal palco, pochissime parole: ringraziamenti di forma e una mezza battuta, buttata lì al volo, con cui ammette di sapere che cosa la gente vuole. Detta così, di passaggio, suona quasi come una confessione: la conferma, dalla sua stessa voce, di tutto quello che il pubblico stava già dicendo. Per il resto le canzoni arrivavano una dietro l’altra, senza pause e senza teatro: sul palco, a ben vedere, è successo poco, perché il concerto stava tutto dentro i brani. Sarà anche la regola di questi anni, parlare poco e suonare tanto, eppure un po’ mi dispiace: il rito di un concerto si compie davvero quando chi sta sul palco ne fa parte, anziché limitarsi a eseguirlo.
Un’ora e mezza in tutto, i due bis compresi: “The Passenger” e “There Is A Light That Never Goes Out”. E la chiave dell’intera serata me l’ha consegnata proprio “The Passenger”, una canzone che non hanno scritto né Marr né Morrissey: le parole sono di Iggy Pop, la musica e quel giro circolare di chitarra di Ricky Gardiner. Eppure, dentro un pezzo che non gli appartiene, la mano di Marr si sentiva lo stesso. Le note restano di Gardiner; il tocco, e il modo di far cantare la chitarra, erano soltanto suoi. È tutto lì. Il filo che tiene insieme quarant’anni non passa da chi ha firmato le parole, e nemmeno da chi ha firmato le note: passa dalla mano.
Chi arriva a una maniera di suonare che è soltanto sua smette di prendere in prestito: tutto quello che tocca comincia a parlare la sua lingua, i versi di Morrissey come il giro di Gardiner, e perfino una canzone di Iggy Pop diventa casa sua nel momento in cui la sfiora. Ecco perché Marr può cantare parole che non ha mai scritto e dire no alla reunion che mezzo mondo gli chiede, senza che nessuna delle due scelte lo metta in discussione: la sua identità non abita nelle parole, abita nella mano. Chi ha scritto cosa smette di contare nel momento esatto in cui riconosci una firma a occhi chiusi. E dopo quarant’anni passati a costruirla, quella firma, puoi permetterti qualunque cosa.
Scaletta
- Generate! Generate!
- Panic
- Armatopia
- The Headmaster Ritual
- Spin
- Spirit Power and Soul
- This Charming Man
- Somewhere
- Hi Hello
- Please, Please, Please Let Me Get What I Want
- All In A Life
- It’s Time
- Getting Away With It
- Stop Me If You Think You’ve Heard This One Before
- Bigmouth Strikes Again
- Easy Money
- How Soon Is Now?
Bis
- The Passenger
- There Is A Light That Never Goes Out








La mano di Marr è quella unica, riconoscibile del grande artista – quella che regge il pennello di Van Gogh o quella de Dios di Maradona che realizza gol leggendari. La giusta attenzione ai versi di Morrissey non toglie che essi vivano nella meravigliosa cattedrale di arpeggi costruita dall’architetto Marr, identificabile come riconosci Le Corbusier o Gaudí (“Some girls are bigger than others” per me sarebbe bellissima anche come strumentale)